25 settembre 2017

Palermo, 15-16 ottobre 2010

vetrano_randisi

Debutto Nazionale
Venerdì 15 ottobre 2010
al Nuovo Montevergini, in Teatro

da L’uomo dal fiore in bocca e Sgombero di Luigi Pirandello
e frammenti da Totò e Vicè di Franco Scaldati
produzione Teatro de Gli Incamminati/Diablogues – Compagnia Vetrano/Randisi
testo e regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi
con Enzo Vetrano, Stefano Randisi e Margherita Smedile
luci di Maurizio Viani
scene di Marc’Antonio Brandolini

Per Vetrano e Randisi la realizzazione de I Giganti della Montagna ha rappresentato l’approdo di un viaggio nel mondo pirandelliano cominciato nel ’99 con la messinscena de Il berretto a sonagli e proseguito con L’uomo, la bestia e la virtù e Pensaci, Giacomino!.
Tra questi spettacoli uno studio sull’uomo Pirandello ha generato Per mosse d’anima, una lettura/spettacolo che evidenzia affinità e analogie tra la biografia del drammaturgo e le vicende narrate in molti suoi testi – novelle o drammi – sovrapponendo le parole scelte da Pirandello per raccontare la sua vita a battute di personaggi da lui creati.
Con la riscrittura di Sgombero e de L’uomo dal fiore in bocca gli attori e registi siciliani, affiancati sul palco da Margherita Smedile, raccolgono i fili di questo lungo percorso pirandelliano e intrecciano alle vicende narrate – in un gioco di contaminazioni e di sovrapposizioni – spunti paradossali, citazioni fulminee, passaggi surreali, per comporre una riflessione umoristica e struggente sull’attesa, il rifiuto e l’accettazione della fine.
Un uomo al limite estremo della sua vita confida i suoi pensieri a uno sconosciuto mentre viene spiato dalla moglie che non accetta la sua malattia. Una donna al cospetto del padre morto lo accudisce e si prepara ad accompagnarlo al camposanto mentre è spiata dall’uomo che le ha tolto l’innocenza e l’ha fatta cacciare di casa. Mettendo insieme questi due atti unici si ha la percezione del senso di grande vitalità e disprezzo del comune pensare che si respira in tutta la drammaturgia di Pirandello, della capacità di irridere e far ridere con amarezza dei vizi e dei paradossi della società.
Il luogo delle azioni – una stazione ferroviaria in cui sembra si sia fermato il tempo, per un bombardamento o una calamità naturale – diventa la “stanza della tortura” che Giovanni Macchia individua come topos costante nei lavori pirandelliani.
E il fiore in bocca diventa malattia di una intera società.

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